Si può governare in povertà? Lo scandalo del papato di Bergoglio è già tutto contenuto nel nome che ha scelto per il suo pontificato, Francesco. Pochi giorni dopo il conclave che l’aveva eletto, il 16 marzo del 2013, di fronte a rappresentanti dei media, Bergoglio ha raccontato il processo che l’ha condotto a scegliere quel nome. «Non dimenticarti dei poveri» è la frase che gli risuonava in testa, quando l’applauso del conclave lo salutava come papa. «E così è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato». Lì dove la Chiesa è stata il modello di un potere katechontico, di un potere in grado di governare il conflitto tra interessi, valori, bisogni, tramite l’arte del compromesso, fino anche a mimetizzarsi con l’Anticristo, ossia con ciò che dovrebbe combattere, Bergoglio ha provato a immaginare una Chiesa povera e per i poveri, facendo così coincidere nella stessa figura, nella stessa persona, potere e rinuncia al potere, arte del governo e testimonianza, gloria e kenosi. Politica e teologia sono così state chiamate a una sfida di pensiero, per cui l’agire dell’uomo non si riducesse ad amministrazione di rapporti di forza o a un’evasione dalla polis per cercare una redenzione al di fuori della Storia. Politica e teologia sono state chiamate a interrogarsi sull’impossibile, ossia su quel possibile che appare non destinato mai a passare all’atto, ma dietro cui spesso si nasconde la nostra accidia, la nostra indifferenza, la nostra incapacità a pensare altrimenti.

Si rincorrono in queste giornate le ricostruzioni che sottolineano i limiti caratteriali o teologici di Bergoglio o, di converso, tutte le resistenze che la curia e i governanti hanno mostrato, in modo più o meno palese. Più modestamente, provo a fissare alcune immagini, alcune icone, che permettano di segnare alcune note a margine di quel nome, di quella parola incarnata, chiamata a evocare la povertà, la pace, l’amore e la custodia del creato.


8 Luglio 2013 – Lampedusa

Il primo viaggio apostolico di Bergoglio è stato a Lampedusa. Colui che veniva dalla «fine del mondo», come si era definito nel discorso di saluto, appena salito al soglio pontificio, incontrava gli ultimi della Terra, coloro che nel mettersi in viaggio fuggono dalla fine del mondo. La Chiesa non è uno Stato o Impero, chiamati a illudere della loro saldezza eterna e continuamente in guerra per la difesa dei propri confini, ma è autorità in cammino. Verso dove? L’enciclica Fratelli tutti (2020) lo ha affermato in modo paradigmatico: verso una società nella quale tutti siano fratelli. Se l’universalismo della Chiesa per secoli si è potuto confondere con quello delineato dall’Impero romano, con Bergoglio finalmente se ne afferma la dimensione escatologica, per cui tale cammino si concluderebbe soltanto nell’abbandono della logica «amico-nemico», perno del politico secondo la Teologia politica di Schmitt. La rinuncia definitiva al potere temporale ha liberato la Chiesa dalle suggestioni dell’universalismo imperiale. Il papa venuto dalla fine del mondo ha però prodotto un ulteriore cambio di paradigma, tanto più se rapportato ai precedenti pontificati di Wojtyla e Ratzinger. L’azione di questi era del tutto leggibile all’interno dei conflitti occidentali: la lotta al comunismo bolscevico e al relativismo nichilista (di cui è traccia l’enciclica Lumen fidei, firmata da Bergoglio ma in gran parte scritta da Ratzinger), in nome della libertà responsabile della persona. Dal punto di vista strettamente filosofico, la Chiesa individuava nei due profeti del sospetto, in Marx e Nietzsche, intimamente legati dal rifiuto di un legame tra fede e verità, il nemico. Il primo papa non europeo da oltre mille anni, il primo proveniente dal Sud America, ha significato spostare l’accento sulla fraternità, con accenti che ricordano la Teologia della liberazione di Boff e Gutiérrez (su cui invece Wojtyla e Ratzinger espressero più volte alcune riserve, legate al rischio di una sovrapposizione dell’idea di liberazione cristiana con l’emancipazione tramite la lotta di classe, come sostenuta dal marxismo). In Fratelli tutti, Bergoglio usa la parabola del buon samaritano come guida per spiegare che cosa intende il cristianesimo per amore del prossimo: non semplicemente colui che è più vicino, colui che appartiene alla nostra cerchia di appartenenza, ma colui verso il quale ci facciamo prossimi. Il samaritano ascolta l’appello dello straniero: si fa prossimo al giudeo.

La critica all’individualismo nichilista – la libertà senza vincoli –, e al collettivismo marxista – l’egualitarismo autoritario e astratto –, acquista pregnanza se sostenuta da questo orizzonte, per cui l’individuo si apre all’altro, al diverso, mettendo in discussione anche il valore primario della proprietà privata, la cui genealogia è del resto intrecciata con quella del Soggetto moderno, in nome di un bene comune e di una funzione sociale della proprietà (cap. 118 e seguenti di Fratelli tutti). La proprietà privata è stato il dispositivo teorico con il quale l’Occidente ha pensato la libertà del singolo dall’autorità dello Stato. Assolutizzarla però ha significato l’incapacità a pensare lo spazio pubblico se non nei termini di contratti tra soci, fino a farla diventare una forma di sopraffazione di alcuni su altri. «Il mondo esiste per tutti, perché noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità». Proprio il declino del marxismo ha permesso di ripensare questo tema, che Bergoglio ritrova in affermazioni come questa: «Non dare ai poveri  parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro». Non è Marx, ma Giovanni Crisostomo.

Se andiamo a rileggere le encicliche di Ratzinger, la Deus est caritas (2005) per esempio, troviamo già una riflessione sul rapporto tra amore-carità e giustizia sociale, anch’essa interrogando la parabola del buon samaritano. Con maggiore spirito analitico, Ratzinger distingueva compiti dello Stato e della Chiesa e riconosceva nel principio di sussidiarietà il modello politico che consentiva la coesistenza dell’autorità rivolta a promuovere la giustizia sociale (lo Stato) e di quella intenta a esprimere l’amore per il prossimo (la Chiesa). Ma non è questo il luogo per riconoscere filiazioni e distanze tra i due papi, per ricostruire filologicamente il patrimonio intellettuale dei due, né per interrogare i termini di una “coabitazione”, che una parte del mondo cristiano ha vissuto nei termini di una contrapposizione. Quello che qui mi interessa notare è un aspetto molto più elementare. Dal punto di vista teologico, la radicalità di Fratelli tutti è preparata da encicliche e papati precedenti, che già insistevano sull’idea che Dio-amore è costitutivamente apertura all’altro e, in primo luogo, al povero, allo straniero, al lebbroso, volendosi rifare all’esperienza di Francesco d’Assisi. Quello che però ha sconvolto in Bergoglio è stato il gesto. Il Dio cristiano non è soltanto Logos, ma carne, corpo, verità incarnata.

Bergoglio è andato a Lampedusa.


27 marzo 2020 – Il vuoto di San Pietro

Nella piazza vuota di San Pietro, con la pioggia a dirotto, Bergoglio, alle ore 18.00 di venerdì 27 marzo, sale la scalinata che lo porta al sagrato della Basilica. Siamo nel pieno della pandemia di Corona-virus 19. Bergoglio legge un brano dal Vangelo di Marco, in cui i discepoli sono sorpresi da una tempesta inaspettata e furiosa e si trovano spauriti di fronte alla potenza della Natura. Bergoglio quindi fa seguire una meditazione di preghiera, in cui ricorda che Gesù rimprovera i suoi discepoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». La tempesta è ciò che ci scalza dalle nostre certezze, ciò che mostra tutta la nostra vulnerabilità, la nostra fragilità. In quella breve riflessione, Bergoglio contrappone la paura, che nasce dall’isolamento egoistico, alla speranza, che ha come primo movimento il riconoscimento della nostra comune appartenenza come fratelli. Pochi mesi dopo, promulgherà l’enciclica Fratelli tutti, ma in quell’icona, in quella passeggiata solitaria, risuonano anche le parole della precedente enciclica, Laudato si’ (2015). La Natura come nostra casa, da proteggere non soltanto tramite soluzioni tecno-scientifiche, ma tramite una conversione ecologica, che metta in discussione i fondamenti della nostra modernità: l’autonomia del Soggetto e il mito del progresso indefinito. In termini non religiosi, significa riconoscere nella linea teorica che va da Spinoza e Schelling a Heidegger (dopo la svolta) e Deleuze, l’orizzonte alternativo al prometeismo della linea dominante della modernità (Cartesio-Kant-Hegel-Marx). Quella passeggiata solitaria non rovescia la visione gioiosa del creato, come era proposta in Laudato si’. Quella solitudine, propria di ogni essere, innerva la letizia con la quale Francesco d’Assisi celebrava ogni aspetto del creato, compresa la stessa morte. È la solitudine del pianto di Francesco d’Assisi, come raccontato da Rossellini in Francesco giullare di Dio, il pianto dopo aver abbracciato la sofferenza “inutile” del lebbroso.

Quella solitudine e quell’invocazione ci hanno accomunato più di qualsiasi ragionamento filosofico o teologico. Ci hanno riportato alla fragilità del nostro essere. L’impossibilità del contatto ha accelerato l’uso della tecno-scienza per comunicare tramite la Rete. Ma quell’impossibilità ci ha fatto provare la distanza, la differenza ontologica, tra il nostro essere “risolti” in immagini sullo schermo potenzialmente sempre presenti, e il nostro corpo, che scopriva di colpo di non essere del tutto autonomo, ma di abitare appunto una casa, dalla quale poteva essere cacciato. Ecco allora, che nel riconoscimento dell’emergenza sanitaria e nell’accettazione delle disposizioni sanitarie, la Chiesa non ha chiesto per i suoi riti liturgici una via privilegiata, una qualche forma di dispensa. In quelle chiese vuote, in quella passeggiata solitaria, abbiamo avuto l’icona più splendente di una conversione ecologica.


20 aprile 2025 – La piazza piena di Pasqua        

È stato spesso rimproverato a Bergoglio una retorica poco attenta alla dimensione del trascendente; una retorica tutta volta alla denuncia dell’ingiustizia sociale, che nella ricerca di un linguaggio semplice ha spesso sfiorato il populismo. Come a rovesciare questo giudizio, le ultime parole di papa Francesco sono state dedicate al fondamento di fede del cristiano: la resurrezione di Cristo. L’immagine della sofferenza durante il suo ultimo giro sull’automobile papale, i segni di una malattia che agli occhi dei medici facevano già prevedere che quelle fossero le ultime ore del papa, ancora di più ne sottolineano l’esemplarità. Nel messaggio “urbi et orbi” sono stati richiamati i numerosi conflitti aperti, sui quali Bergoglio nel corso degli anni si è tante volte espresso, con giudizi nei quali il richiamo al valore della pace è forse a volte prevalso su quello, altrettanto importante, della giustizia. Guardando in una prospettiva più ampia, la Chiesa, non soltanto quella dell’epoca di Bergoglio, sembra fare oramai fatica a trovare il proprio ruolo politico rispetto alla guerra: non ha più la capacità di intermediazione diplomatica di qualche decennio fa e la rinuncia all’idea di guerra giusta in nome di un pacifismo integrale appare più come un impegno testimoniale che un’effettiva progettualità in grado di incidere sulla realtà. Come combattere la guerra, evitando parole e ancor più azioni di guerra? Sarebbe necessario addentrarsi nell’analisi di quell’organismo, l’ONU, che la comunità internazionale aveva pensato come strumento utile a pensare la risoluzione dei conflitti in termini di diritto e non di potenza. Sarebbe necessario distinguere tra non-violenza e pacifismo, che nei termini con i quali spesso è professato, appare muto rispetto alle violenze del più forte.

Aver richiamato il valore della pace nel giorno della resurrezione ci ha però richiamati a una constatazione di nuovo elementare, ma dirimente. La pace è condizione escatologica, è vittoria della vita sulla morte. È cercare Cristo non nel sepolcro vuoto, ma altrove; è nella tenerezza di gesti affaticati durante la sua ultima processione, è nel tentativo di un dialogo anche con chi (Vance) è espressione di una politica che invoca deportazioni e pare disprezzare tutto ciò che è straniero: in ogni luogo, tranne che in quel sepolcro. Questo è il senso dell’universalismo cristiano, che ci costringe a uscire dal recinto dei nostri interessi, delle nostre convinzioni, o finanche delle nostre ragioni, per provare a non fermarci al nostro disincanto.   

Riallacciamo i fili. La povertà è rinuncia al potere. La kenosi di Dio, ossia l’incarnazione fino alla morte in croce, ha significato rinunciare all’onnipotenza, in nome di un amore per l’altro da sé, in nome di una cura e di una custodia del creato. Quella povertà in nome dell’altro indica una relazione che non si faccia conflitto, ma unità tra distinti. È l’impossibile di cui parlavo all’inizio. Quella piazza piena del 20 aprile 2025, quel papa povero venuto dalla fine del mondo, hanno provato a ricordarcelo.

Papa Francesco, nato Jorge Mario Bergoglio, Buenos Aires, 17 dicembre 1936 – Città del Vaticano, 21 aprile 2025.

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