Quarto capitolo della saga avviata da Danny Boyle e Alex Garland nel 2002, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, diretto questa volta da Nia DaCosta e scritto ancora da Garland, allestisce una vera e propria sinfonia dell’orrore della sopravvivenza, conducendo lo spettatore in uno spazio narrativo in cui l’idea stessa di “umano” è sottoposta a un’inevitabile riconfigurazione. Come sottolinea Florian Cord (2021), la mostruosità dello zombie si è ormai imposta come una chiave di lettura privilegiata per comprendere l’umanità del XXI secolo, avviluppata in una rete di crisi insanabili – biologiche, organiche ed ecologiche. L’immaginario dell’infezione virale, la mutazione del corpo umano in organismo rabbioso e l’evoluzione del virus in corpus sociale indicano come lo zombie non sia più soltanto l’emblema della morte-in-vita, ma una forma alternativa di umanità collettiva fondata sull’indistinzione tra vita e non-vita. In questa prospettiva, lo zombie della saga di 28 diviene la figura centrale di una fantasia post-antropocentrica definibile come “zombiecene”: un’epoca contraddistinta dalle pandemie, in cui «il virus conferma l’assunto del nuovo materialismo secondo cui l’umano è ben lontano dall’essere un’entità chiusa, autonoma e autosufficiente, e i suoi confini risultano invece porosi e permeabili» (Cord 2021, p. 10).
Se il precedente 28 anni dopo offriva le coordinate spaziali di un mondo post-apocalittico racchiuso entro il solo territorio britannico – efficacemente materializzate dalla distanza tra l’isola di Lindisfarne e la terraferma –, il film di DaCosta riduce l’intreccio per ampliare l’esplorazione dei confini più profondi della crisi dell’umano, spostando il discorso sulle posizioni antinomiche della fede: quella religiosa e quella scientifica. Tale slittamento avviene attraverso l’approfondimento di due personaggi già presenti nel film precedente: Jimmy Crystal (Jack O’Connell) e il dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes). Il primo, leader carismatico e folle dei Jimmys – un gruppo di ragazzi che, come una setta, indossano parrucche biondo platino ed emulano in chiave sanguinaria le gesta tanto infantili quanto irrazionali dei Teletubbies –, professa un satanismo d’accatto che sfocia in forme di violenza inaudite; emblematico, in tal senso, è il rito di iniziazione nel sangue che coinvolge Spike (Alfie Williams) in apertura del film. Il secondo, custode del “tempio delle ossa”, incarna invece il residuo di una scienza del passato adattatasi al presente post-apocalittico, capace di individuare una possibile cura per il virus attraverso la somministrazione di oppiacei a Samson, l’infetto “alpha” dotato di una perturbante intelligenza e di una forza bestiale.
Il film procede inizialmente lungo due traiettorie parallele: da un lato la meccanica della violenza sadica e ritualizzata dei Jimmys; dall’altro il rapporto tra Kelson e Samson, che si sviluppa fino a configurarsi come una relazione intimistica tra scienziato e creatura. Un legame che evoca il dispositivo empatico già delineato dal rapporto tra il dottor Logan – significativamente soprannominato “Frankenstein” – e Bub ne Il giorno degli zombie (1985) di George A. Romero. Il rapporto tra padri e figli – già centrale nel film precedente – e la tematizzazione dell’infanzia negata, elementi ricorrenti della fiction post-apocalittica contemporanea (si pensi ai recenti spin-off del The Walking Dead Universe e a The Last of Us), non solo convergono nuovamente nel film di DaCosta, ma trovano un’ulteriore intensificazione nelle modalità attraverso cui i personaggi mettono in scena, in forma performativa, i propri traumi.
Al satanismo di Jimmy – elaborazione di un orrore insieme infantile e mistico, già mostrato con forza nel prologo del film precedente e coincidente con il trauma della fine apocalittica dell’infanzia – si contrappone il mondo passato rievocato da Kelson: una riserva di conoscenze e di stimolazioni sensoriali (da qui l’ascolto di brani dei Duran Duran e dei Radiohead, fulminee interferenze anacronistiche di un mondo scomparso) da reintegrare performativamente nel presente post-apocalittico. Emblematiche, in questo senso, sono le scene sospese tra l’ironico e il profondamente umano in cui Kelson e Samson ballano al ritmo dei Duran Duran.
Le vicende di Jimmy e Kelson finiscono così per intrecciarsi inevitabilmente, trovando nel “tempio delle ossa” uno spazio di raccordo simbolico. Nell’enorme architettura di teschi, tibie e resti ossei costruita da Kelson, l’osso si erge a linguaggio attraverso cui articolare il ricordo di un’umanità collettiva definitivamente compromessa, ma nella quale – coerentemente con la simbologia degli ossari – ciò che appare morto può, in qualche forma, tornare in vita. In effetti, ciò che permane oltre la dimensione materica dei corpi, tanto degli umani quanto degli infetti, e che li pone in continuità, è proprio l’osso: un resto comune, non gerarchico.
Ma il “tempio delle ossa” diviene anche il luttuoso palcoscenico di un raccordo performativo tra religione e ragione. Lo spettacolo finale di Kelson, messo in scena davanti ai Jimmys sulle note di The Number of the Beast degli Iron Maiden, inverosimile e artificioso, costruito sull’eccesso teatrale del gesto e dell’immagine (in piena estetica heavy metal, Kelson appare simile a performer quali King Diamond), non ne indebolisce l’efficacia, ma anzi lo rende credibile agli occhi dei Jimmys. Il film evidenzia così come l’idolatria verso l’autoritarismo carismatico si fondi su segni spettacolari più che su contenuti, secondo una dinamica leggibile anche come allegoria delle forme contemporanee di autoritarismo nella politica internazionale. Alla ricerca del padre satanico, il “vecchio caprone”, da parte di Jimmy si oppone la relazione quasi paterna che Kelson instaura con Samson, creatura mostruosa ma redimibile. Il confronto finale non mette dunque in scena soltanto una lotta tra bene e male, o tra verità e menzogna, ma tra due modelli di filiazione: da un lato la ribellione alla legge del Padre, dall’altro la possibilità di una relazione fondata sulla cura e sulla conoscenza.
Muovendosi sul crinale tra fede e ragione, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa rinnova così il legame tra il mondo degli zombie e l’immaginario religioso con le sue simbologie (Paffenroth 2006), il rovesciamento dei mitologemi cristiani (Lino 2022), la sua connessione con le scienze naturali (Le Maître 2017) e la costituzione di una soggettività che trova nella non-vita la propria esplicitazione (Lauro, Embry 2008). Infine, nella sua funzione solo apparentemente interlocutoria tra il film precedente e il successivo capitolo della saga, il film di DaCosta si sottrae alla scansione temporale che ha strutturato i titoli precedenti (giorni, settimane, anni) per addentrarsi nei tessuti di un presente post-apocalittico dilatato e persistente. Questo slittamento avviene attraverso la continuità della presenza di Spike, figura di un’infanzia che non oscilla più tra l’idealizzazione del passato – si pensi al folklorismo della comunità di Lindisfarne mostrata nel film precedente – e la seduzione nichilista di una negazione del futuro (Olson 2024), ma che si impone come baricentro di un tempo presente ormai interamente convertito in palcoscenico dell’orrore della sopravvivenza.
Il finale, coerente con il movimento espansivo della saga, segna un ulteriore allargamento dell’universo narrativo, riallacciandosi alla figura di Jim (Cillian Murphy), protagonista del primo film, secondo una modalità prossima a quella del crossover. Pur nella presenza di sequenze profondamente gore e nell’irriducibile meccanica grottesca della violenza, le immagini costruite da DaCosta appaiono più “pulite” e controllate rispetto a quelle oblique, nervose e al montaggio schizofrenico di Boyle, consentendo allo spettatore non solo di attraversare i labirinti della crudeltà più cupa della disumanità che sopravvive, ma anche di intravedere le forme di speranza che abitano la realtà post-umana dello zombie la cui storia, evidentemente, non è ancora conclusa.
Riferimenti bibliografici
F. Cord, Towards an Insurgent Zombie Collective in “Alienocene Dis-Junction”, n. 16, 2021, pp. 1-44.
S. Lauro, K. Embry, A Zombie Manifesto: The Nonhuman Condition in the Era of Advanced Capitalism, in “boundary 2“, XXXV, n.1, 2008, pp. 85-108.
B. Le Maître, Zombie. Una favola antropologica. Armando Editore, Roma 2017.
M. Lino, Il cinema degli zombie e il mitologema della resurrezione cristiana. Dall’horror classico allo “zombie Jesus movie” in “SigMa”, VI, 2022, pp. 92-109.
D. Olson, a cura di, Screening Children in Post-Apocalypse Film and Television, Lexington, Lanham-Boulder 2024.
K. Paffenroth, Gospel of the Living Dead. George Romero’s Visions of Hell on Earth, Baylor University Press, Waco 2006.
28 anni dopo – Il tempio delle ossa. Regia: Nia DaCosta; soggetto: Alex Garland; sceneggiatura: Alex Garland; fotografia: Sean Bobbitt; montaggio: Jake Roberts; interpreti: Ralph Fiennes, Jack O’Connell, Alfie Williams, Erin Kellyman, Chi Lewis-Parry, Emma Laird, Sam Locke, Robert Rhodes, Ghazi Al Ruffai, Maura Bird, Connor Newall, Louis Ashbourne Serkis, Mirren Mack, David Sterne, Cillian Murphy, Aaron Taylor-Johnson; produzione: Columbia Pictures, DNA Films, Decibel Films, TSG Entertainment, Sony Pictures Releasing, British Film Institute; distribuzione: Eagle Pictures; origine: Regno Unito, Stati Uniti d’America; durata: 109′; anno: 2026.