Entrando nelle restaurate Fruttiere di Palazzo Te, si rimane immediatamente catturati dall’installazione filmica All That Changes You. Metamorphosis (2025) del regista inglese Isaac Julien. I dieci schermi su cui si sviluppa l’opera reinventano lo spazio espositivo apparentemente lineare e lo frantumano anche grazie a colonne specchianti che moltiplicano le forme e le figure all’interno della narrazione. «Una volta che si inizia a lavorare con installazioni multischermo è molto difficile ritornare ad una narrazione sul singolo schermo», scrive Julien nel volume Riot (2014, p. 193), che raccoglie riflessioni dell’autore e importanti saggi critici sulle sue opere. Il numero degli schermi che costituiscono le installazioni del regista è progressivamente aumentato con gli anni.
Nel caso di All That Changes You. Metamorphosis il visitatore viene immediatamente avvolto e immesso in un percorso di riflessi e rifrazioni di immagini che non possono non affascinare. Un flusso narrativo costante in cui figurazioni dialettiche si inseguono sui diversi schermi, guidate dalle voci delle due donne protagoniste che attraversano tempi e mondi passati e futuri, creando quasi una zona franca in cui il movimento di un drone interagisce con le Metamorfosi dipinte da Giulio Romano nelle sale di Palazzo Te. Voci che diventano acusmatiche a seconda di quale schermo guardiamo e che ci conducono lungo un percorso dal sogno manierista della dimora gonzaghiana a quello postmoderno della Cosmic House di Charles Jencks a Londra, dalle lussureggianti foreste del Redwood National and State Park in una California, devastata però da continui incendi, al padiglione di Herzog & de Meuron costruito per la Kramlich Collection. Dopo il primo momento, tuttavia, la fascinazione cede allo smarrimento: forse ancora più delle altre opere del regista, All That Changes You. Metamorphosis è un corto che tende a sottrarsi all’illusione della diegesi e di una narrazione sequenziale e ordinata. Dobbiamo, quindi, imparare a convivere con le difficoltà, anche narrative, che i 25 minuti dell’installazione di Julien ci pongono.
Significativamente, l’opera inizia proprio con l’invocazione a “rimanere con i problemi”, per citare la traduzione letterale del titolo del libro che la sua stessa autrice Donna Haraway legge in apertura e che è stato tradotto in italiano come Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto (Nero 2019). In questi tempi oscuri, sostiene Haraway, dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza, a non cedere a tentazioni di soluzioni facili che contribuiscono soltanto a legittimare ulteriormente il potere dominante e continuano ad affermare un modo di vita basato sullo sfruttamento delle persone e dell’ambiente, non più sostenibile dal punto di vista sociale e ecologico. Chthulucene è il termine con cui Haraway definisce l’epoca in cui viviamo: la normatività dell’Antropocene, in cui tutto viene ricondotto all’umano, deve lasciare il posto all’eterogeneità e alla complessità delle interazioni fra le diverse specie della Terra.
Dopo il prologo, ecco che le due donne protagoniste, interpretate da Sheila Atim e Gwendoline Christie, iniziano il loro viaggio in una temporalità altra, non misurabile dai nostri strumenti convenzionali. Sono creature celesti o cosmonaute? Divinità immateriali o persone in carne ed ossa? Scopo del loro viaggio sembra proprio quello di decostruire le opposizioni binarie su cui siamo abituati a ragionare per fondare la nostra comprensione del reale (donna bianca/donna nera, passato/presente, Rinascimento/Postmodernismo, natura/cultura, umano/tecnologico, umano/animale, documentario/fantascienza). Una continua metamorfosi di immagini e concetti da cui dobbiamo farci catturare abbracciando l’incertezza del flusso piuttosto che rimanere trincerati dietro le tradizionali convinzioni di schemi che abbiamo imposto sul Pianeta.
La temporalità di All That Changes You. Metamorphosis richiama in questo continuo trapasso tra passato, presente e futuro la fantascienza di Octavia E. Butler come pure la necessità di costruire genealogie alternative a quelle ufficiali. Una ricerca che da sempre costituisce il segno autoriale di Julien, fin dalla “queerizzazione” di Langston Hughes e del Rinascimento di Harlem, riposizionati in Looking for Langston (1989) come preludio alla generazione di intellettuali afro-americani contemporanei alla pandemia dell’AIDS, Essex Hemphill e Marlon Riggs in testa.
Spazio e tempo vengono volutamente portati al collasso nelle narrazioni del regista per condurci ad una consapevolezza della nostra finitezza e della necessità di accettare un mondo frantumato, ma, al tempo stesso, costituito da continui, reciproci riflessi e collegamenti: proprio quello che succede all’interno delle inquadrature di All That Changes You. Metamorphosis che spesso includono specchi che sdoppiano l’immagine al suo interno, ma anche tra schermo e schermo in quanto la loro asincronia provoca quasi una sensazione di rimbalzo, un rispecchiamento ritardato. Una dialettica tra attualità e virtualità che ricorda le parole di Deleuze nel capitolo “I cristalli del tempo” in L’immagine-tempo: «L’immagine allo specchio è virtuale in rapporto al personaggio attuale che lo specchio cattura, ma è attuale nello specchio che lascia al personaggio soltanto una semplice virtualità e lo respinge fuori campo» (Deleuze 2017, p. 83).
Come altre opere di Julien, All That Changes You. Metamorphosis valorizza quei “modelli contemporanei di mescolanza e ricombinazione” che Paul Gilroy trova già affermati nella rappresentazione del Carnevale di Notting Hill in Territories (1984) e che lo stesso regista ha dichiarato essere alla base di molti suoi lavori. Con Fantôme Créole (2005), un’installazione multischermo realizzata per il Centre Pompidou, per esempio, Julien dichiara di aver voluto mettere insieme due spazi e culture differenti, “nord e sud, l’Artico e le Equatore”, violando i confini geografici (Julien 2014, p. 173). La stessa tecnica dell’installazione multischermo, che caratterizza l’opera di Julien fin dagli anni 2000, è indice di questa volontà di frantumare la linearità del tempo e dello spazio, grazie ad un montaggio e una costruzione del suono alternativi, creati in accordo con lo spazio espositivo, ma che invitano anche lo spettatore a costruire temporalità e spazialità soggettive.
In All That Changes You. Metamorphosis questa possibilità è portata al massimo grado, in quanto il visitatore può scegliere il proprio itinerario tra i diversi schermi e tra le altre superfici riflettenti all’interno delle Fruttiere. Un percorso visivo assolutamente rizomatico, che mischia i generi, e sovrappone contemporaneamente diverse idee e concetti, conducendoci tra gli argomenti dell’attualità politica e sociale attraverso uno spazio museale.
Julien osserva ironicamente che l’aumento esponenziale degli schermi nelle sue installazioni è una sorta di competizione con sé stesso. Tuttavia, precisa subito, questa proliferazione è sempre messa al servizio di concetti e teorie: «film as sculpture, film and architecture, the dissonance between images, movement, and the mobile spectator» (ivi, p. 188). Non c’è un “posto migliore” all’interno delle Fruttiere da cui guardare All That Changes You. Metamorphosis: siamo invitati a viaggiare con le due protagoniste, a condividerne l’instabilità e il movimento, a cercare le stesse connessioni con le varie componenti non umane del pianeta.
Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, Einaudi, Torino 2017.
P. Gilroy, “Bad to Worse”, in Isaac Julien, Riot, The Museum of Modern Art, New York 2014.
I. Julien, Riot, The Museum of Modern Art, New York 2014.
All That Changes You. Metamorphosis di Isaac Julien, Palazzo Te, Mantova, 4 Ottobre 2025 – 1 Febbraio 2026.
*Foto: Isaac Julien Metamorphosis I (All That Changes You. Metamorphosis), 2025
Inkjet print mounted on aluminium
Courtesy the artist, Victoria Miro and Jessica Silverman
© The artist