Da Shakespeare a Verdi, da Enzo Moscato a Emma Dante, da Franca Valeri ad Aki Kaurismäki, il tragicomico è un po’ l’anima dello spettacolo: tanto della scrittura drammaturgica, tanto di quella che Giuseppe Bartolucci, maestro dell’avanguardia degli anni Settanta, chiamava scrittura scenica. È l’anima in effetti solo di un tipo di teatro, quello più interessante e innovativo, che spiazza le attese e mescola le carte: un teatro anticlassicista, se si pensa che Cicerone sconsigliava al suo oratore ideale ogni mescolanza fra comico e tragico. Questa poetica della dissonanza e della disarmonia ama mescolare gli opposti: le lacrime e il riso, il pathos e l’euforia. Non è un caso che già gli antichi Greci prevedessero la rappresentazione di un dramma satiresco alla fine di una trilogia tragica, con la stessa funzione di allentamento della tensione che produrranno secoli dopo alcune famose scene del teatro shakespeariano: i becchini dell’Amleto e il portiere del Macbeth. Come genere autonomo la tragicommedia nasce relativamente tardi, molto dopo le sue origini antiche, con un testo anomalo e perturbante, la Celestina di Fernando de Rojas, quasi impossibile da mettere in scena se non nella visione straniante di Luca Ronconi. Come poetica anima invece tanti periodi della nostra storia, soprattutto il romanticismo.

Scritto da Irene Petra Zani, che è anche la Dramaturg, e magistralmente interpretato da Roberta Lidia de Stefano, che firma ideazione, scene, costumi e regia, Hotel Dalida è uno spettacolo che sa commuovere e divertire allo stesso tempo, fin dal suo folgorante incipit. La scena presenta a sinistra una fila ordinata di lattine di birra e a destra un ammasso dello stesso tipo di lattine usate e gettate; in fondo a sinistra c’è uno schermo, mentre a destra dorme una figura accanto ad alcuni sacchi di viveri. La donna si sveglia all’improvviso e si alza, e siamo subito gettati nell’azione, in medias res. È una reporter di guerra che sta seguendo al Cairo le vicende della cosiddetta primavera egiziana del 2011; è ossessionata dalla verità e dall’imperativo morale di lasciare una testimonianza. Il tema è di grande attualità: se si pensa alla gestione delicata della memoria storica di tante tragedie (la Shoah, il colonialismo, la Seconda guerra mondiale); ed è un tema a cui la drammaturga ha appena dedicato un nuovo testo, Peitho, ispirato alla dea greca della persuasione e all’opera del filosofo Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica

Lo spettacolo sembrerebbe dunque iper-tragico, dedicato a una delle tante guerre che insanguinano il Mediterraneo. Ma ben presto la tonalità cambia, perché la protagonista intona una canzone di Dalida: la prima di una lunga serie. In una prima fase dell’azione ci viene detto che i brani che la reporter è costretta ad ascoltare giorno e notte sono una forma di tortura, ma ben presto capiamo che è scattata un’identificazione profonda fra le due donne, che culminerà in un dialogo surreale con il volto di Dalida apparso in video. 

Pseudonimo di Iolanda Cristina Gigliotti, Dalida è stata una cantante italiana naturalizzata francese che ha cantato in varie lingue (italiano, francese, arabo, tedesco), ha recitato in svariati film e ha avuto innumerevoli onorificenze (una piazza a lei intestata a Parigi, un album-omaggio cantato da Patty Pravo, premi di tutti i tipi, biografie e studi su di lei, un vino in suo nome, statue, ritratti, musei, targhe, premi…). Caratterizzata da una depressione cronica, la sua vita è stata molto tormentata, non solo per il suicidio dei suoi tre compagni; quando, ad esempio, interpreta nel 1986 un film egiziano di Youssef Chahine, Sixième Jour, si identifica a tal punto con la protagonista che non riesce più a distinguere tra finzione e realtà, e cade in una depressione ancora più forte. Giungerà al suicidio per ingestione di barbiturici nel 1987, vent’anni dopo il suo tentativo fallito del 1967 e dopo il suicidio di Luigi Tenco, avvenuto al Festival di Sanremo sempre nel 1967. Molti di questi eventi sono raccontati nella miniserie TV Dalida di Joyce Buñuel: una coproduzione internazionale interpretata da Sabrina Ferilli; e nel film di Lisa Azuelos con Sveva Alviti. 

Questo vissuto così intenso e dirompente trova espressione nel suo repertorio variegato, che include anche tonalità comiche: basta ricordare il famosissimo Gigi l’amoroso (nome di un suo giovane amore), smaccatamente kitsch, di un kitsch forse non intenzionale (se no sarebbe camp, categoria con cui si possono leggere tante canzoni di Dalida). Durante lo spettacolo la protagonista ne canta varie, in genere di natura melodrammatica: leggere i testi nei sottotitoli ci mostra che lavoro eccezionale abbiano fatto i parolieri, partorendo capolavori come Per non vivere soli. Vorrei soffermarmi su una canzone struggente, 18 anni, che nello spettacolo è stranamente trasformata in un rap ritmato (forse per dimostrare una vitalità della musica di Dalida oggi, o per raggelare il pathos). Il testo racconta un’avventura sessuale con un ragazzo di 18 anni che, finito il rapporto, scappa via, mentre la donna riflette, con un tocco di malinconia, che in effetti ha il doppio della sua età (nella versione parodica da me sentita a Monaco negli anni Ottanta, che girava nel mondo transgender, la protagonista si ferma alla fine, indecisa se ha due, tre o quattro volte 18 anni!). 

Veniamo al nucleo forte del testo e dello spettacolo: la presenza di una dimensione fantasmatica che serpeggia dovunque. Solo alla fine (e forse nemmeno alla fine…) ci accorgiamo che tutto è stato un’allucinazione: siamo sempre al 3 maggio, data di nascita, fra l’altro, di Dalida. La fantasmaticità è una caratteristica del desiderio, come ci ha insegnato Jacques Lacan, mentre negli ultimi tempi è esploso uno spectral turn: una svolta che valorizza questa dimensione, tanto nei meccanismi della comunicazione (la smaterializzazione del web, che produce nuove forme di affettività, come si immagina in Her di Spike Jonze), quanto in temi scottanti come la migrazione (Dalida è in effetti figlia di emigranti calabresi). La spettralità si concretizza soprattutto grazie al carattere monologico: tutta la drammaturgia contemporanea privilegia in effetti il monologo come forma espressiva, forse per una rinuncia alla dialettica dialogica, che implica uno scambio organico, o forse perché poco naturalistico. Facciamo qualche nome: Heiner Müller, Marguerite Yourcenar, Christa Wof, Ghiannis Ritsos, il cui Neottolemo ha giocato un ruolo importante nella fase in cui Mario Martone è passato dal teatro multimediale alla ricerca drammaturgica, prima con il Filottete di Sofocle, poi con Ultima lettera a Filottete di Ritsos, e infine con La seconda generazione, testo-collage sul figlio di Achille, pubblicato ora per la prima volta in «Visioni del tragico». 

La protagonista di Hotel Dalida usa il monologo per scandagliare la propria identità, il proprio corpo, il proprio passato e il proprio strabismo, segno di una diversa lettura del reale: evoca il mito di Tiresia e dei serpenti, con la sua androginia dislocata nel tempo; racconta una relazione finita male, la decisione di dedicarsi al giornalismo di guerra, la sua ossessione per la cantante nata al Cairo ed emigrata in Francia, che si chiama Iolanda come lei. Da questo punto di vista lo si può considerare un testo che lavora sul gender: su una costruzione della sessualità resa particolarmente complessa in un contesto di guerra. 

Il teatro del Quarticciolo è specializzato nel promuovere i gruppi giovani di sperimentazione e le nuove figure della drammaturgia contemporanea, come lo è Irene Petra Zani. Credo che Hotel Dalida dimostri in modo lampante che queste realtà vadano incoraggiate, sostenute, promosse. 

Riferimenti bibliografici
G. Bartolucci, La scrittura scenica, Lerici, Roma 1968.
A.C. Corradino, G. Pilozzi, a cura di, Filottete e Neottolemo sulla scena contemporanea, in “Visioni del tragico”, 5, 2024. 
M. Fusillo, S. Lazzarin, A.M. Mangini, E. Puglia, a cura di, Ritorni spettrali. Storie e teorie della spettralità senza fantasmi, Il Mulino, Bologna 2018.

Hotel Dalida. Testo: Irene Petra Zani; Cast: Roberta Lidia De Stefano; Regia, scene e costumi: Roberta Lidia De Stefano; Luci: Serena Serrani; Musiche: Roberta Lidia De Stefano, Gerarda Avallone; produzione: Ro.Se, Brugole &co, Lecite Visioni.

*Foto di Serena Serrani.

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