Per il terzo anno consecutivo il Festival di Venezia rinnova lo spazio dedicato allo studio creativo e tecnologico EDGLRD, continuando a promuovere visioni e approcci innovativi. Fondata da Harmony Korine, la casa di produzione statunitense si pone l’obiettivo di creare un oggetto audiovisivo altro, simbolo di una nuova concezione di cinema, profondamente postmediale, contemporanea, che supera i confini semantici tradizionali. Sono i cosiddetti blinx: opere (pseudo)narrative fluide e ibride in cui coesistono elementi e linguaggi narrativi eterogenei, provenienti da cinema, videoarte, videogioco, pubblicità, social media e da altre forme espressive multimediali.
Dopo Aggro Dr1ft (2023) e Baby Invasion (2024), presentati fuori concorso, per il terzo lungometraggio EDGLRD sceglie di portare al concorso di Orizzonti un’opera diretta per la prima volta da un regista differente. L’influenza autoriale di Korine e il suo ruolo di produttore esecutivo risultano tuttavia subito evidenti. I due principali punti di riferimento estetico-formali di Barrio Triste (2025) di Stillz – nome d’arte di Matías Vásquez, fotografo e regista di videoclip musicali per artisti internazionali, come Bad Bunny e Rosalía – sono rintracciabili soprattutto in Gummo (1997) e Trash Humpers (2009). Entrambi forniscono un modello di libertà radicale, capace di fondere finzione e realtà, adottando un approccio visivo sporco, frammentato, marginale, in cui la camera a mano e l’estetica lo-fi restituiscono un’immagine che sembra essere “rubata dalla strada”.
Da Gummo ritorna la dimensione tematica: se lì la storia riguardava una comunità white trash in Ohio negli anni Settanta, qui l’ambientazione è spostata nei bassifondi colombiani della Medellín degli anni Ottanta, seguendo, o meglio inseguendo, giovani le cui vite oscillano tra noia e violenza. Da Trash Humpers è ripresa invece l’esplicitezza diegetica della camera e la costruzione di gesti ripetitivi, disturbanti e immediati. Barrio Triste non possiede una vera e propria trama, né tantomeno dei personaggi così definibili: emergono piuttosto volti ricorrenti, frammenti di esistenze che parrebbero rappresentare più in generale la gioventù colombiana tout court, che vive immersa nella criminalità e nel degrado. Alcuni sono chiamati a parlare frontalmente in camera – secondo le caratteristiche tipiche delle testimonianze dirette –, mentre altri sono pedinati nelle loro semplici azioni quotidiane, che sia vagare per le vie della città o dare fuoco a un’automobile.
L’opera di Stillz non vuole però indirizzarsi verso un’indagine sociologica, facendosi documentario osservativo, quanto piuttosto dar vita a un oggetto altro, un blinx per l’appunto, che integra e sfrutta a proprio piacimento i codici del cinema del reale. Sulla scia di Agarrando pueblo (1977) di Luis Ospina e Carlos Mayolo – finto documentario ambientato a Cali, in cui i registi parodiano immagini di povertà e rovina per denunciare lo sfruttamento della miseria come spettacolo, definita pornomiseria – anche in questo caso ci si trova di fronte a scene crude di marginalità urbana, senza che siano trasformate in cartoline miserabiliste. Ciò che conta è rivendicarne una dignità iconografica, interrogandosi indirettamente su cosa significhi trasformare il degrado urbano in estetica pop contemporanea.
L’inizio è già indicativo di tale poetica. Un reporter con microfono sta registrando un servizio televisivo, quando una banda di ragazzi dal fondo del campo si avvicina, aggredisce la troupe e sottrae loro la telecamera, ribaltando il rapporto tra soggetto ripreso e soggetto riprendente. Tre minuscoli pixel si bruciano durante la colluttazione, rimanendo in questo stato durante tutto il resto dell’opera. Con la riappropriazione del dispositivo da parte di chi avrebbe dovuto essere davanti all’obiettivo, allo spettatore è concesso di accedere a un grado più profondo di quella realtà, potendo osservare i sobborghi di Medellín (almeno idealmente) senza il filtro istituzionale di un esterno che ne manipoli il senso, la verità. Tra case diroccate, confessioni in lacrime, rapine a mano armata e altri atti violenti – la mitizzazione della violenza è da sempre un tema ricorrente nel cinema di Korine – il pubblico è invitato a spiare ciò che il ladro della telecamera decide di inquadrare.
Eppure, nonostante i tre pixel restino bruciati in un tentativo di rimanere ancorato al reale, Stillz ricorda con progressiva evidenza che il mostrato è finzione narrativa. Tutto è costruito, mediato, mai autentico fino in fondo. Se nella prima parte la messa in scena è dominata dalla confusione tra realtà e finzione, al contempo dal punto di vista strutturale il film rivela la propria natura blinx. Così come nei due lavori precedenti di EDGLRD, l’identità di Barrio Triste è quella di un flusso ininterrotto di momenti, di frammenti audiovisivi finalizzati a ricreare innanzitutto un’esperienza immersiva, accompagnata dall’incessante musica elettronica sperimentale di Arca. La traccia sonora risulta ancora una volta fondamentale: immagini e musiche vivono difatti in un rapporto di equilibrio democratico, senza che uno dei due prevalga per importanza o superiorità sull’altro, spezzando nello spettatore ogni possibile percezione di star guardando un found footage o un mockumentary e favorendo di contro un cinema puramente sensoriale.
Nell’ultima mezz’ora persino la messa in scena inizia a smascherarsi, a smentire il senso di autenticità. La comparsa inaspettata del “figlio della luce”, misteriosa presenza umanoide rappresentata con un bianco bagliore, segna l’irruzione del fantastico e della cosmicità aliena, a cui segue poco dopo l’apparizione di una creatura bestiale e deforme, a tratti ferina, la cui immagine tenebrosa ne fa simbolo dell’oscurità. Luce e ombra sembrano quindi incarnarsi in due figure con le quali la telecamera – diegetica, ma a quanto pare non più autentica, tutt’altro che impermeabile alla mediazione e falsificazione – cerca di giustificare due aspetti ricorrenti che caratterizzano la vita dei bassifondi di Medellín, ovvero la scomparsa e la morte dei chicos de la calle. La prima è attribuita al figlio della luce, responsabile di un atto salvifico di ascensione al cielo o verso un’altra dimensione, che esorcizza il reale destino affrontato dai desaparecidos; mentre la seconda è ricondotta al mostro d’ombra, un pericolo in agguato tra le rovine, pur sempre meno spaventoso dell’idea che il male e gli omicidi siano perpetrati da altri esseri umani – come è suggerito nella scena della rapina in gioielleria o durante il programma radiofonico in macchina.
Barrio Triste si distanzia così dagli effetti visivi più esplicitamente originali e pionieristici delle prime due opere – l’utilizzo di termocamere in Aggro Dr1ft e delle interfacce live streaming in Baby Invasion, oltre che alle manipolazioni tramite intelligenza artificiale generativa – preferendo l’impiego di codici e approcci già tracciati nella storia del cinema per poterli ribaltare, per riportare un linguaggio significante allo stato di pura immagine quasi superficiale. Al netto delle sue differenze, l’opera di Stillz appare come una perfetta prosecuzione di quella tensione verso il futuro promossa da EDGLRD, di quel tentativo di ricercare dei linguaggi audiovisivi appartenenti alla contemporaneità e di creare un nuovo immaginario hi-tech. Che il risultato sia riuscito o meno, forse conta poco. Alla fine conta il gesto: è soltanto un blinx.
Barrio Triste. Regia: Stillz; sceneggiatura: Stillz; fotografia: Stillz; montaggio: Adam Robinson; interpreti: Juan Pablo Baena, Samuel Velazquez, Tomas Tinoco Higuita, Bryan Erlin Garcia, Samuel Andres Celis; produzione: EDGLRD, WeOwnTheCity; origine: Stati Uniti; durata: 84′; anno: 2025.